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Ecco come cambia la sharing economy a 5 anni dalla sua comparsa in Italia

La sharing economy è in un momento di trasformazione. Era il 2013 quando l’Economist dedicò una sua copertina di marzo alla nascita di una nuova forma di economia che, grazie allo scambio e alla condivisione dei beni, avrebbe portato vantaggi economici, ambientali e sociali. Cinque anni dopo è possibile affermare che la crescita velocissima di alcune piattaforme americane, alimentata da grandi fondi di investimento, ha generato contraddizioni e privilegiato la dimensione di mercato rispetto a quella sociale. Almeno sul piano internazionale, perché a livello italiano ed europeo quello che si osserva, invece, è che i processi collaborativi stanno abilitando nuovi servizi e creando nuove filiere ed ecosistemi. A partire dall’indotto generato da Airbnb. Dai bisogni degli host sono nate piattaforme come CleanB&B, che supporta i proprietari di casa nella conduzione del proprio appartamento, Guesty, che permette di gestire la propria abitazione su tutti i portali del settore, e prodotti come Keycafe, un box per gestire le chiavi del proprio appartamento tramite un’applicazione mobile. Di questa nuova filiera del turismo fanno parte anche l’Italiana Edgar Smart Concierge dove le esperienze proposte dai cittadini diventano un pacchetto di servizi riservato agli alberghi, e OspitaMi, associazione nata per diffondere l’home sharing che offre corsi di formazione e convenzioni. Nuovi bisogni e nuovi servizi stanno trasformando anche altri settori, forse in maniera ancora più interessante, perchè le esperienze non nascono a valle di una “disruption”, come quella generata da Airbnb nel settore del turismo, ma emergono spontanee come processo evolutivo e culturale. Nel food, per esempio oltre all’ormai conosciuto social eating ci sono servizi anti-spreco che recuperano il cibo avanzato dai mercati rionali e lo distribuiscono a chi ne ha bisogno immaginando futuri punti antispreco dove si fa cultura ed esperienze alimentari; ci sono i gruppi di acquisto le cui necessità vengono supportata da piattaforme come l’Alveare che dice sì o LocalToYou, uno dei primi esperimenti di platform cooperativism; ci sono gli orti condivisi (tra le esperienze dell’economia collaborativa più riuscite), che spesso sono parte di un’offerta allargata delle cascine che a loro volta si trasformano in  coworking, o propongono esperienze gastronomiche e turistiche; ci sono supermercati a km zero che nell’organizzazione del lavoro diventano collaborativi e punti vendita che si trasformano in spazi ibridi dove l’esperienza culinaria è propedeutica ad altre attività. E proprio gli spazi sono tra i protagonisti di un ripensamento dei servizi che stanno cambiando il volto dell’abitare e anche del welfare. Si pensi alle sperimentazioni sulle edicole o sulle biblioteche che diventano luoghi di relazione e di scambio di competenze; a coworking, bar, mercati rionali che si trasformano in portinerie di quartiere, punti di riferimento sul territorio per facilitare gli incontri e la vita di tutti i giorni; alle 25 piattaforme di sharing economy dedicate ai servizi alla persone che, mettendo in contatto chi è disposto a svolgere piccoli lavoretti e chi ne ha bisogno, trovano, almeno in potenza, in questi luoghi punti fisici in cui raccogliere la domanda e l’offerta.

Nuove filiere, dunque, o, più propriamente ecosistemi, dove i servizi digitali e territoriali si alimentano, completandosi a vicenda e superando, una volta per tutta, la dicotomia fra spazio analogico e digitale. Lo raccontano anche i risultati della mappatura delle piattaforme 2017 di Collaboriamo con il 33% delle piattaforme che si apre verso un’offerta business alla ricerca di aziende o imprese sociali che facilitano il contatto con community fortemente localizzate. In questi ecosistemi i servizi non crescono a seguito di una catena produttiva ma dei bisogni delle persone, rendendo i confini di settore sempre più deboli e osmotici. Qui non si scambiano più beni ma si mettono in contatto servizi anzi, sharing services, che si muovono secondo logiche a piattaforma, che prevedono un ente abilitatore che promuove la messa in connessione fra organizzazioni e comunità. In questi ecosistemi anche i confini tra profit e non profit divengono più sfumati, lasciando intravedere una terza via in cui organizzazioni con scopi differenti collaborano integrando diversi modelli di revenue e di governance.

Non più piattaforme ma ecosistemi, non più digitale ma integrazione sempre più stretta tra territorio e tecnologia, non più beni ma servizi, non più solo cittadini ma anche organizzazioni, associazioni, aziende che collaborano in un’ottica sempre più multiskateholder.  A cinque anni dalla copertina dell’Economist ecco le caratteristiche della sharing economy oggi. Siamo ancora agli inizi, e queste esperienze, come quelle di cinque anni fa, sono tutti esperimenti embrionali: alcuni cresceranno, altri nasceranno, altre ancora scompariranno. Ma al di là dei singoli servizi, saranno gli ecosistemi a prender forma, essendo il risultato di nuovi bisogni e del potere trasformativo della tecnologia. Resterà da vedere se, questa volta, si riuscirà a valorizzare il potenziale non solo di mercato ma anche sociale e relazionale di queste esperienze, e di anticipare chi, invece, vedendo nel cambiamento un pericolo, cercherà di alimentare paure e contraddizioni trasformando i servizi in altro da sé, come è successo alla sharing economy prima maniera.

 

Marta Mainieri

Articolo apparso su Nova24, Il Sole 24ore, 25 febbraio 2018