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Imparare a condividere: perché non basta fornire prodotti o servizi

user experience

Il boom della sharing economy porta con sé importanti aspetti innovativi a livello economico, sociale e umano (fiducia, scambio, condivisione, ecc.). È un processo destinato sicuramente a restare e a crescere, con forti probabilità di arrivare a risultati positivi un po’ per tutti. Purché, tanto quanto lo sviluppo di Internet, non ci si limiti a imporla come un puro “contratto finanziario” o, peggio, non venga usata per spingere l’ennesima bolla speculativa (simile a quella del dot-com d’inizio 2000).

Basti ricordare infatti che la valutazione di Airbnb è salita a 10 miliardi, mentre quella di Uber supera ormai i 18 miliardi. E ciò grazie soprattutto ai massicci investimenti dei soliti venture capitalist della Silicon Valley: solo negli ultimi mesi, sono arrivati 475 milioni per la prima, 1,2 miliardi per la seconda — scenario da cui finirebbero per trarre vantaggio i soliti protagonisti del capitalismo distribuito dei nostri giorni.

Onde far fronte a questi rischi o altri problemi quali le recenti proteste di piazza contro il car-sharing in Europa,  l’unica è procedere con un dibattito a tutto tondo e con la ricerca di soluzioni partecipate. È in questa direzione che vanno le prime normative messe recentemente a punto dalle autorità locali in Oregon. E mentre c’è già chi pensa alla “next generation” di questo mercato peer-to-peer, sul fronte dell’approccio critico ma articolato e sereno all’intera questione vanno ricordate alcune lezioni utili e imparare a differenziare tra i vari modelli e scenari in ballo.

Quadro in cui ben s’innesta una fresca riflessione ripresa da Wired USA, da cui emerge un punto cruciale, e su cui non si insiste mai abbastanza: «fornire un’ottima user experience dovrebbe essere al centro di qualsiasi business, che faccia parte della sharing economy o meno». E ovviamente il «successo dipenderà per buona parte, se non interamente, dalla capacità di creare comunità forti composte da individui accomunati dalla stessa passione, con un servizio clienti altrettanto forte».

Certo, l’autore del pezzo – Andrew Batey, co-responsabile di una start-up del settore, Spinlister, piattaforma per condividere e prestarsi biciclette di ogni tipo (e ora anche surf e sci) – può avere interesse a tirare la volata. Invece è proprio lui a ribadire che non è affatto facile aver successo, dollaroni o meno alle spalle. Ribadendo quanto segue sulla delicata questione della fiducia: «L’interazione in persona è estremamente importante, perché crea un livello di fiducia che rende più autentica la user experience e un senso condiviso di lealtà, se l’interazione è positiva».

E più avanti: «Secondo il Pew Research Center, appena il 19% of Millennial [nati tra inizio anni 1980 e inizio anni 2000] ritiene che ci si possa fidare della maggior parte della gente, rispetto al 31% della Generation X [nati tra inizio anni 1960 e inizio anni 1980] e il 40% dei baby boomer [nati tra 1946 e 1964]». Bisogna meritarla, insomma, la fiducia, soprattutto tra i nativi digitali. Ecco perché la frase “imparare a condividere” assume un significato del tutto nuovo in questo contesto: è imperativo essere genuini, considerati e attenti nel peer-to-peer, non solo offrire servizi o prodotti su belle vetrine web.