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L’Alveare che dice sì: esempio di integrazione tra territorio e tecnologia

L'Alveare che dice sì

C’era una volta il digitale e il territorio, l’online e l’offline, l’analogico e il virtuale. Da quando sono comparse quello che un tempo venivano chiamate le nuove tecnologie, i servizi spesso sono stati identificati nello spazio in cui agivano, con un target dedicato e abituale frequentatore di quei luoghi. Poi è comparsa la parola multicanale che, in maniera goffa, provava a creare un’esperienza d’uso dedicata a seconda del canale utilizzato. I servizi di sharing economy, invece, superano una volta per tutte questa dualità integrando le due dimensioni e rendendola una al servizio dell’altra creando un valore aggiunto per entrambe.

L’Alveare che dice sì è uno degli esempi in cui è più evidente questa integrazione perché reinterpreta l’esperienza dei Gruppi di Acquisto e l’agevola attraverso una piattaforma digitale. Nata in Francia nel 2011 e arrivata in Italia grazie all’impegno di Eugenio Sapora nel 2015, è una startup che vuole sostenere la tradizione contadina italiana del chilometro zero e accorciare la filiera, creando un contatto diretto tra consumatore e produttore.

Un alveare nasce quando un gestore decide di aprirne uno nel proprio quartiere o dentro a una comunità di cui fa parte. Per farlo partire deve occuparsi di trovare uno spazio dove smistare la merce, sette produttori di zona circa ed un centinaio di clienti. Una volta creato questo piccolo ecosistema, fa partire le vendite stabilendo il giorno in cui ci si ritrova nello spazio adibito ad alveare e, trasformandolo per poche ore, in una sorta di mercato. “L’alveare nasce come progetto decentralizzato”, afferma Eugenio Sapora, “ogni gestore è un megafono attorno al quale gravita una community consolidata, è lui che la forma e la deve curare. Per questa attività il gestore prende il 10% del transato. “Ci sono gestori che arrivano a prendere anche 700 euro al mese”, spiega Eugenio, “ma devono essere ben inseriti all’interno della loro comunità”. Emerge, di conseguenza, anche un ruolo nuovo e determinante degli spazi che diventano luoghi fisici di scambio delle merci ma anche di relazioni: “non c’è una tipologia specifica dei luoghi, dipende dall’attività del gestore che può scegliere un bar, un oratorio, un coworking. Intorno a questi luoghi si ritrova un gruppo, una comunità che poi a partire dalla spesa, può creare e amplificare legami e relazioni.” Diventa quindi fondamentale per la piattaforma mappare questi luoghi attorno ai quali, spesso, si forma una comunità che può diventare un alveare. ”Il modello di creazione della rete è in continua sperimentazione”, spiega ancora Sapora “e la pubblicità online, mirata all’aumento della visibilità e all’acquisizione di nuovi clienti, viene arricchita dalla street campaign”. Per arrivare alle persone bisogna dunque lavorare una forma di comunicazione integrata tra online e offline che punta alla creazione di relazioni e di comunità. “Anche sui social networks”, continua Sapora “ci interessa guardare al numero delle iterazioni che, a differenza del numero di likes, sono reali e non possono essere comprate.”
Tuttavia, questa integrazione fra territorio e servizio digitale non è così semplice da far comprendere e da realizzare. L’alveare che dice sì, nonostante possa sembrare esser nata per semplificare l’esperienza dei GAS, in realtà trova in questi gruppi un target di riferimento parziale: “i GAS hanno un’ottica di purismo associativo e non accettano di entrare a far parte di un modello profittevole.” E infatti da un sondaggio lanciato qualche tempo fa dalla è emerso che il 75% degli utenti del servizio acquista prevalentemente dalla grande distribuzione. “Per lo stesso motivo anche con le social street è difficile integrarsi” continua Sapora “anche per un servizio come il nostro che pure ricava solo il 10% del guadagno e tutto il resto lo lascia sul territorio.”