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“Non abbiamo potuto sbagliare”, ecco perchè Useit ha chiuso.

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Esternalizzazione di figure chiave del team, criticità nel prodotto, e una community poco segmentata sono all’origine degli errori compiuti da Useit, piattaforma per la condivisione di oggetti lanciata nel 2014 e chiusa lo scorso anno. In vista della V edizione di Sharitaly che tra gli altri temi affronterà anche quello del fallimento delle start up della sharing economy, abbiamo chiesto a Nicoletta Civita, uno dei soci di Useit, di spiegare perché la piattaforma ha chiuso.

A cura di Ottavia Carlon

Nicoletta, l’anno scorso Useit ha chiuso, come mai?

Sicuramente la prima ragione è che avevamo esternalizzato la funzione IT. Con l’IT fuori ogni errore, ogni modifica era un costo che non potevamo permetterci. Non potevamo sperimentare, non potevamo sbagliare e imparare dai nostri errori. Un’altra cosa che ci è mancato è stato il tempo: visti i pochi ricavi, alcuni membri della squadra sono stati costretti a dedicarsi anche ad altre attività in parallelo, per integrare le proprie fonti di reddito. Questo è stato sicuramente molto penalizzante.

Credi che il vostro prodotto presentasse alcune criticità interne che ne hanno precluso un efficace funzionamento?

È possibile che la risposta risieda nell’orizzontalità della piattaforma che metteva a disposizione oggetti tra loro anche molto diversi, e per target molto generici. Essendo previsto il pagamento in moneta virtuale, ci era sembrato necessario proporre il sito per qualunque tipo di prodotto/servizio. Così, quello che inizialmente ci era sembrato un punto di forza, ovvero la trasversalità del servizio, si è invece rivelata una barriera all’ingresso. Un servizio troppo generalista impedisce inoltre di creare un bacino d’utenza specifico, e dunque in grado di “affezionarsi” alla community e di usarla assiduamente per periodi anche lunghi.

Avete provato a segmentare il target per area geografica, tipologia di bene o altro?

Ci abbiamo pensato ma come ti dicevo anche questo aveva un costo. E se avessimo sbagliato target?

Secondo te il servizio rispondeva ad un reale bisogno degli utenti?

Così come lo avevamo pensato noi forse no. Le persone preferiscono prestare i piccoli oggetti senza guadagnarci piuttosto che utilizzando una piattaforma a pagamento. All’estero infatti Peerby, piattaforma simile alla nostra ma olandese, pare funzioni ma non è a pagamento. Credo, infatti, che ci siano barriere alla collaborazione che solo il guadagno o il risparmio possono abbattere. Infatti tra gli utenti abbiamo riscontrato due tendenze, da un lato una certa “pigrizia”, ovvero la banale mancanza di voglia di fare le foto ai propri oggetti ed inserirli sulla piattaforma; dall’altro una certa “paura”, ossia la diffidenza a mettere in condivisione oggetti propri su un portale, nonostante i sistemi di rating trasparenti e la possibilità di ricevere premi al raggiungimento di un determinato numero di noleggi.

 

Avete provato a stringere accordi con partner esterni?

Sì. In primo luogo abbiamo cercato un contatto con la Social Street, che però si è rivelata abbastanza chiusa e non disposta ad accettare interferenze con le proprie modalità di funzionamento “money-free”.

Sul versante delle grandi aziende, abbiamo iniziato una collaborazione con Telecom, che però ha funzionato poco perchè la loro comunicazione Telecom è stata fragile. Nonostante ciò, riteniamo che la strada delle aziende possa essere percorribile per questo tipo di startup, mettendo in chiaro sin da subito il tipo di prodotto immaginato e il fine della collaborazione.

Per quanto riguarda poi il rapporto con la Pubblica Amministrazione di Roma, è stato difficile in quanto non ci pare ancora sufficientemente aperta a questo tipo di innovazione. Sentiamo che la poca responsività e disponibilità a facilitare lo sviluppo e la comunicazione di questo tipo di iniziative di sharing economy ci ha sicuramente penalizzato molto. Con una maggiore cassa di risonanza da parte della PA, avremmo forse anche potuto lanciare il servizio in maniera gratuita condividendone i risultati con i cittadini stessi, ottenendo un bacino d’utenza più ampio e facendo sì che le revenues dipendessero dunque soltanto dagli spazi di advertising venduti anziché dagli scambi in sé.