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Sharing economy, professionalità vs occasionalità: non solo una questione di regole

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Lasciare o no, sulle piattaforme di sharing economy, chi lo fa per professione?

La protesta dei fattorini di Foodora, chiarito orami che non si tratta di un servizio di sharing economy – perché non si condivide nulla e perché la piattaforma non abilita utenti a collaborare ma seleziona e stipendia fattorini–, fa tornare alla ribalta una questione che con l’economia collaborativa ha molto a che fare: l’occasionalità versus la professionalità di coloro che offrono i propri beni sui diversi servizi. Tema caldo – di cui, tra le altre cose, si è parlato anche a Sharitaly, le due giornate sull’economia collaborativa tenutesi a Milano il 15-16 novembre, – e rilevante anche per Foodora e per tutti quelle piattaforme della cosiddetta on-demand economy (etichetta più opportuna se proprio si sente la necessità di darne una), tanto che il CEO del servizio, quando è stato accusato di sfruttare la precarietà dei suoi lavoratori si è difeso definendo l’attività dei suoi fattorini come “un secondo lavoro per giovani che amano andare in bicicletta”. Un’occasionalità, tuttavia, che, in questo caso, è inserita all’interno di una prestazione professionale e non risale invece alla narrazione del servizio determinandone senso e valore, come è, o dovrebbe essere, nella sharing economy.

CONDIVISIONE SULLA PIATTAFORMA
Questa, infatti, racconta che, attraverso le sue piattaforme, i cittadini possono condividere i propri beni non utilizzati a pieno, affittandoli o scambiandoli, e da questo possono guadagnare o risparmiare qualcosa, ma anche conoscere nuove persone e sentirsi un po’ meno soli. Il “famoso” trapano, utilizzato per il solo 0,006 % del suo tempo, è diventato il simbolo di quella “idle capacity” (capacità inattiva) che abbiamo dentro di noi e nelle nostre case e che la sharing economy propone di mettere a reddito collaborando con gli sconosciuti.

Il senso non era, e non è, comprare un trapano per metterlo a reddito, ma prestarlo ai vicini di casa quando non lo si usa, ricavarne un piccolo compenso e magari stabilire una relazione con chi, prima non si conosceva.

L’occasionalità è quindi parte intrinseca della narrazione del servizio, genera risparmio o guadagno ma anche esperienza e valore sociale. Dal 2013, anno in cui l’Economist usciva con la copertina dedicata alla sharing economy, la situazione però molto è cambiata. Da un lato la crisi ha costretto molti cittadini a trasformare l’occasionalità con cui condividevano i propri beni – ben più remunerativi del trapano – in un’occupazione continuativa. Dall’altro gli investimenti folli dei grandi fondi americani hanno permesso a servizi molto innovativi e non ancora maturi di crescere velocemente e in maniera incontrollata (come raccontavo qui), costringendole ad accettare nella loro community il numero più alto possibile di persone, senza accertare la coerenza che queste potevano avere con la missione del servizio.

E’ la professionalizzazione che genera la maggior parte dei cosiddetti “lati oscuri” della sharing economy.

Così le piattaforme si sono riempite anche di “professionisti”, veri e propri operatori del settore e di persone diventate tali, che hanno fatto del loro bene non sfruttato a pieno – o di quello acquistato appositamente – non un’occasione per integrare il reddito, ma una vera, e a volte unica, fonte di guadagno. Questo ha certamente esacerbato le accuse nei confronti delle piattaforme. E’ la professionalizzazione, infatti, che genera la maggior parte dei cosiddetti “lati oscuri della sharing economy”. Se gli utenti delle piattaforme offrissero i loro beni occasionalmente, più difficilmente si potrebbe parlare di deregolamentazione del mercato, di “sfruttamento dei lavoratori” e di gentrificazione. E non è un caso, infatti, che anche la proposta di legge italiana sulla sharing economy, verta proprio sulla separazione fra chi utilizza i servizi occasionalmente e chi li utilizza in maniera continuativa.

IL BOOMERANG
La professionalizzazione dei servizi, tuttavia, rischia di essere un boomerang anche per le piattaforme di sharing economy stesse, perché mette in crisi la promessa con cui sono nate, e quindi la loro unicità rispetto al mercato. Per farla semplice: noi tutti ci siamo innamorati della sharing economy e dei suoi servizi perché ci regalavano un’esperienza nuova, unica e irripetibile. Andare a casa di Maria, in macchina con Rocco, a mangiare da Melissa proponevano nuovi modi di muoversi, viaggiare, trascorrere il tempo libero. Un modo più coinvolgente, a volte più economico e comodo, ma soprattutto capace di far immaginare un mondo in cui si ha meno paura degli sconosciuti e quindi più socialmente coeso, dove la dimensione economica si accompagna a quella sociale.

Tutto questo diventa più difficile se Maria, Rocco e Melissa divengono professionisti.

Proviamo a immaginare, per esempio, quanto sarebbe diversa la nostra esperienza con Blablacar se ci trovassimo in macchina con un autista professionista e non più con una persona con cui condividiamo un pezzo di strada. L’autista sarà più impeccabile, non arriverà mai in ritardo (forse), e magari, nel migliore dei casi, proverà a scambiare con noi due chiacchiere fredde e rituali. Noi, probabilmente, ci sederemo nei sedili posteriori invece che in quelli davanti, parleremo tutto il tempo al telefono e ci lasceremo trasportare come avviene su un taxi o in un pullman. Valuteremo la professionalità del servizio, la pulizia della macchina ma certo non il grado di “socialità” dell’autista come avviene oggi su Blablacar. La dimensione economica prevarrebbe su quella sociale e l’esperienza fornita dalla piattaforma diventerebbe sempre più simile a quella offerta dai servizi tradizionale.

DUNQUE, PROFESSIONISTI O NO?
La professionalizzazione, quindi, non solo acuisce i problemi normativi ma trasforma l’esperienza utente delle piattaforme e rischia di ridurne il valore sociale. Lasciare fuori dalla piattaforma i professionisti, però, ha un costo altissimo che non tutte le piattaforme di sharing economy sono disposte a sostenere, perché rallenta la crescita del servizio e quindi la sua immediata profittabilità. Riuscire a portare un numero di privati che condividono occasionalmente il loro bene sufficiente per raggiungere la massa critica è faticoso, ed è una sfida che si può vincere solo con il tempo – necessario per avere una crescita consapevole, controllata – e con una strategia che concentri i suoi sforzi su una crescita della community coerente alla promessa iniziale del servizio e quindi alla sua unicità. Non è impossibile. In una ricerca presentata a Sharitaly il 15 novembre (disponibile qui) si è visto come Blablacar riesca a sfruttare l’occasionalità del servizio offerto dai suoi membri per garantire un’esperienza capace di soddisfarli sia dal punto di vista economico che relazionale, facendo così innovazione sociale oltre che di mercato, e non limitandosi a rivestire logiche vecchie con strumenti nuovi (la tecnologia), come invece sembra stia facendo Foodora.

Quello che stiamo osservando è che i processi collaborativi si stanno diffondendo con velocità e maturità differenti in tutti i mercati. Per questo nella quarta edizione di Sharitaly 2016 vogliamo e fare il punto sulle opportunità e le sfide che lanciano e sull’impatto che generano in particolare in Italia.

Articolo apparso su Che Futuro il 14 Novembre 2016.