Collaboriamo - Contenuti e servizi per un'economia collaborativa

Segnala il tuo sito

Vecchi principi, nuove pratiche: per una mutualità territoriale, verso il community welfare e oltre

areUcovered

La mutualità che fa innovazione: intervista a Romano Guerinoni di Fondazione Welfare Ambrosiano


Universalità di copertura, eguaglianza di trattamento, globalità delle prestazioni
: a questi principi si ispira il Servizio Sanitario Nazionale italiano, quale asse portante di un sistema di welfare teso a garantire il diritto alla salute di tutti gli individui (art. 32 Cost.). Le ultime stime del rapporto Censis, tuttavia, parlano chiaro: circa 11 milioni di italiani nel 2016 hanno dichiarato di aver dovuto rinunciare ad alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche. Un dato che lascia perplessi, stante la maggiore e diffusa consapevolezza sull’importanza del prevenire piuttosto che curare, ma che invece non sorprende affatto nel contesto della duplice crisi che stiamo ancora vivendo. Da un lato la perdurante crisi economica, che ha acuito le diseguaglianze socio-economiche e fatto emergere nuove forme di vulnerabilità; dall’altro, ed in parte specularmente, la conclamata crisi del welfare state all’italiana, con l’evidente disequilibrio tra domanda di servizi (crescente e sempre più differenziata) e offerta pubblica. Parallelamente, fattori come le mutate dinamiche demografiche, la trasformazione del nucleo familiare e del mercato del lavoro, puntano i riflettori su nuovi e diversi bisogni di assistenza e cura, cui trovare urgentemente risposte. L’ambito dell’assistenza agli anziani è in tal senso emblematico: in tutti i servizi sono diminuiti gli anziani presi in carico, nonostante cresca il numero dei non autosufficienti e stante l’invecchiamento progressivo della popolazione[1].

Se da un lato la coperta, sciupata, del welfare statale non pare quindi sufficiente a rispondere a vecchi e nuovi bisogni, si vanno però diffondendo delle pratiche che, uscendo dai confini stretti del pubblico e del privato for profit tradizionali, possono suggerire soluzioni innovative. Alcune pratiche collaborative, in particolare, si stanno rivelando utili nell’innesco di nuove opportunità, offrendo spesso risposte del tutto inedite.

Dalla condivisione di spazi fisici, risorse e/o professionalità (come nel caso della “badante di condominio”) alla messa in rete, attraverso una piattaforma abilitante, dei membri anziani della comunità (come fa Southwark Circle), alle piattaforme che mettono in contatto persone che hanno bisogno di assistenza con persone che possono fornirla, si tratta di pratiche che – sebbene ancora frammentarie e per lo più residuali – fanno leva e reinterpretano quell’antico principio di mutualità che, lungi da essere tacciato come retaggio del passato industriale, torna ad essere richiamato come chiave di volta di un nuovo e integrato modello di welfare: comunitario, territoriale, autenticamente sussidiario. Con tutti i vantaggi, anche in termini di risparmio economico per gli utenti e per lo Stato, che il modello può comportare (pagamenti parcellizzati in base all’uso, spese contrattuali condivise, forme di assistenza reciproca, per citarne alcuni).

Il principio mutualistico, d’altra parte, connota e dota di senso condiviso il lato “buono” dell’economia collaborativa: come alternativa all’individualismo solitario e come soddisfacimento reciproco di bisogni; come esigenza di autonomia, autogestione e protagonismo dell’utente; come forma di resistenza alla crisi socio-economica e rivendicazione costruttiva di migliori condizioni di vita e lavoro; come risposta a domande sociali non soddisfatte (o solo parzialmente); come spinta ad un mutamento culturale ed educativo, imperniato sulla responsabilità individuale e collettiva; come palestra di democrazia e conciliazione delle differenze.

Il progetto di FWA

Per approfondire alcuni di questi aspetti abbiamo intervistato Romano Guerinoni, Direttore della Fondazione Welfare Ambrosiano. La Fondazione milanese, coinvolgendo numerosi e diversi attori sia pubblici che privati (Mutua Cesare Pozzo, Lilt, Comune di Milano, Fondazione Cariplo, Fondazione Bracco, Fondazione Atm, l’Istituto medico Kiba, così come alcuni sindacati) ha infatti lanciato nel corso del 2015 un progetto di mutualità territoriale, centrato sull’assistenza sanitaria integrativa a tariffe agevolate. Si tratta in particolare di un pacchetto di servizi – dalle cure odontoiatriche per minori alle visite specialistiche per le donne, fino all’assistenza infermieristica e domiciliare per gli anziani – rivolto specialmente a quella famosa “fascia grigia” che non può permettersi di pagare un privato, ma neanche di assecondare i ritmi, troppo spesso frustranti, delle strutture pubbliche. Un pacchetto che Collaboriamo, attraverso il suo sito, ha cercato di promuovere e sostenere.

Ci chiediamo innanzitutto a quali bisogni specifici risponda il vostro progetto di mutualità integrativa. Come interpreta gli ultimi dati sulle nuove forme di esclusione sociale, in particolare rispetto allo scenario milanese?
Il nostro è un progetto dedicato a tutte le persone residenti o lavoratori a Milano che ad oggi non beneficiano di un Fondo Sanitario aziendale. La nostra offerta infatti si rivolge principalmente a chi non ha coperture sanitarie integrative e soprattutto non può permettersi un’assicurazione sanitaria alle tariffe di mercato. Abbiamo rivolto la nostra attenzione su liberi professionisti, stagisti, tirocinanti, disoccupati e anche colf e badanti.

In che modo la sanità integrativa (ancora poco diffusa in Italia, a differenza di altri Paesi) può rappresentare una risposta – efficace ed efficiente – alla crisi del sistema di welfare? Quali vantaggi per gli utenti e quali per lo Stato?
Come già sottolineato, secondo il rapporto Censis 2016 sono stati circa 11 milioni gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. La sanità integrativa interviene a sostegno di queste famiglie, che oltre a garantire loro una copertura sanitaria di base, prevede anche delle visite di prevenzione che consentono nella maggior parte dei casi di anticipare il decorso di una malattia.
Come è ben noto, il costo di una visita di prevenzione è di gran lunga inferiore rispetto alla spesa importante e continuativa che sarà da sostenere nel decorso di una malattia. Possiamo assumere quindi che per l’utente c’è sia un vantaggio economico che fisico, mentre lo Stato vedrebbe risparmiate una maggiore quantità di risorse e un miglioramento dello stato di salute dei cittadini… In definitiva si potrebbe migliorare l’allocazione delle risorse.

Perché, secondo lei, un progetto centrato su un fondo di sanità integrativa può rappresentare un innovativo modello di welfare di comunità?
I principali fondi assicurativi sanitari hanno costi di adesione piuttosto elevati e questo implica l’esclusione automatica di tutti quei soggetti che già rinunciano alle visite perché troppo care. In sostanza il fondo sanitario integrativo può diventare un innovativo strumento di welfare se si riesce ad abbattere il costo di adesione e garantire quindi le stesse prestazioni ma ad una tariffa agevolata. Inoltre nel nostro pacchetto la Fondazione oltre ad aver abbattuto la tariffa di adesione, regala quattro visite di prevenzione da effettuarsi presso i centri Lilt.

Nella prospettiva di un ulteriore sviluppo e diffusione del progetto, possiamo immaginare un futuro incontro con il modello peer to peer dell’economia collaborativa? Come valuterebbe la declinazione di strumenti e servizi tipicamente sharing nella realizzazione di un progetto di mutualità territoriale come il vostro?
Mettendo a disposizione il tempo, i soggetti possono entrare a far parte di una sorta di banca delle competenze che non valorizza la posizione individuale ma valorizza i benefici che ricadono su tutta la comunità. Si potrebbe immaginare il modello della banca delle competenze come piattaforma di scambio.

L’economia collaborativa propone un modello di servizio che abilita, piuttosto che erogare. Crede che questo modello possa essere valido e realizzabile anche per una Fondazione come la vostra? Quali potrebbero essere i vantaggi e le sfide da affrontare passando da un modello all’altro?
Il modello abilitante e non più erogante rappresenta già il leitmotiv della Fondazione, in quanto il nostro modello offre un sostegno a quei soggetti che stanno entrando in una fase di difficoltà e hanno quindi bisogno di riassestarsi economicamente. I soggetti coinvolti non ottengono infatti credito a fondo perduto ma restituiscono le risorse rispettando dei piani di ammortamento, in una logica non assistenziale ma di partecipazione attiva. Si potrebbe pensare ad una sorta di economia di prestazione, dove la Fondazione mette a disposizione le risorse, tramite i fondi di garanzia attualmente in uso, mentre i soggetti attingono dai fondi messi a disposizione e successivamente restituiscono le risorse prese mettendo a disposizione le proprie competenze, che si concretizzano in prestazioni rivolte alla comunità.

Old but gold…

La vera carica innovativa dei processi collaborativi consiste, dunque, nel passaggio da un modello erogativo e prestazionale di servizi ad uno nuovo, che trova nell’abilitazione della community il suo snodo principale. Un passaggio che comporta il ripensamento degli stessi enti erogatori, ma anche del modello “uno a uno” di cura e di assistenza a vantaggio di un approccio di rete (o di piattaforma), in cui la persona non è più sola nel suo rapporto con il tradizionale sistema di sanità, ma la sua rete di familiari, amici, professionisti, vicini di casa può cooperare al fine di integrare il vecchio sistema di assistenza.

Un modello che apre molte opportunità ma anche numerose sfide, per affrontare le quali non potremo fare a meno di un vero e proprio confronto tra vecchie e nuove competenze, in una dinamica autenticamente open; di una buona dose di lungimiranza istituzionale, orientata a incoraggiare l’innovazione in campo sociale; di una lettura delle pratiche in atto che abbia davvero una visione di futuro, ma che sia memore – allo stesso tempo – dei buoni insegnamenti offerti dalle esperienze, mutualistiche, del nostro passato.

 

[1] Dati del 5° Rapporto sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia (2015).